sogni di una notte di mezza epidemia

1. giro a piedi con altri (famiglia, mi pare mio padre mia madre GIOVANI, forse mio fratello piccolo) per vie pedonali, stiamo cercando CASA, una nuova nostra casa; la prima, che pare molto bella, ha tanta gente davanti, come una mandria di zombie, ma all’apparenza non lo sono. Entro e scopro che dentro, in fondo, in una cantina, devo sistemare delle cose, una dispensa, devo preparare delle scorte, e rinchiuderle dentro sacche di plastica; devo farlo CONTROLLATO POI DA QUALCUNO, che dovrà dire se ho fatto bene o meno. Poi, via via capisco che sono dentro una casa POSSEDUTA DA DEMONI, e comincia una lunga complicatissima fuga; più di uno di quelli che erano davanti, fuori, cercano di abbracciarmi e CONTAGIARMI DEMONICAMENTE e io devo togliermeli di dosso in tempo e correre. Sono personaggi del mio passato di giovane intellettuale: gente Einaudi, gente della Vecchia Torino Intellettuale. Alla fine riesco a scappare…

2. continuo a camminare con la mia “famiglia giovane”: le strade sono tutte pedonali, senza auto, senza gente; le strade sono acciottolate; stiamo scendendo dall’alto di un quartiere collinare, con vista splendida sulla città; mi piace, dico «sì qui mi piace!»; le case sembrano un po’ case da fiaba, e un po’ villaggio medievale De Andrade… una mi piace tantissimo! è una specie di piccolo castello Disneyland, o di film Walt Disney anni Quaranta; tutta grigia, di pietra e legno; l’enorme patio, mentre faccio il giro di visita lo vedo, ha un vasto soffitto a cassettoni divorato da erbe infestanti e penso «eh qui si dovrebbero spendere un sacco di soldi per bonificarlo…»; l’agente immobiliare dice che però è già in parola con altri… peccato, allora scendiamo un po’ per il villaggio, e c’è una casa sempre “sette nani” , più piccola ma sempre relativamente imponente, tipo pacchianata Las Vegas, ma sembra la bicocca che cerco; sono entusiasta, correndo (sono un bambino) mia madre mi richiama e mi dice che in realtà è quella dove abitava la nostra famiglia amica di infanzia, dove viveva il collega-amico di mio padre con un figlio mio coetaneo plumbeo e chiuso con cui non riuscivo mai a giocare… La madre è morta, il padre è morto, e quindi si sta liberando”. Io dico «va bene, allora aspettiamo e poi la prendiamo!»; vicino a un torrente… mi piace, è meno feng shui della precedente ma si vede ancora la città là sotto, mi accontenterò..

3. sono nella mia camera di adolescente, alla mia scrivania, sto cercando dischi per un programma radiofonico e non li trovo: chi cazzo me li ha presi tutti? poi mi ricordo che deve esserci questa sera uno spettacolo del festival teatrale al Carignano; metto in allarme tutta la mia famiglia (mio padre giovane, mia madre giovane, mio fratello piccolo) e urlo che dobbiamo prepararci di corsa e uscire! penso che potrei andarmene anche da solo con la moto ma poi mi ricordo che non ho mai avuto una moto in vita mia. Dobbiamo andare giù con una macchina sola, ma poi chiamo il teatro e mi dicono sghignazzando che lo spettacolo era alle 19, che era una cosa piuttosto breve e assurdamente sperimentale, e che forse lo replicavano domani. A questo punto tutta la famiglia si è tirata e dobbiamo partire. Urlo che va beh andremo a cena fuori! In realtà non ho la minima intenzione di andare a cena fuori, così cerco sulla mia rubrica telefonica una mia ex fidanzata, S., per cui avevo pianto 6 mesi quando mi lasciò, perdendo 10 kg. di peso e finendo quasi in manicomio. La chiamo, ma non la trovo; cerco di ricordarmi se ho ancora la mia stanza in affitto, la soffitta… per andarci con lei a fare l’amore se poi la trovo più tardi…

4. cercando una immagine per questo mio post digito nella mia ricerca on line “Walt Disney house” e scopro che la casa che Walt Disney abitò dal 1932 al 1950 a Los Angeles era molto simile a quelle che ho sognato: non le avevo MAI viste prima.

nella foto: In 1932 Walt and Lillian had their Los Feliz home built at 4053 Woking Way, Los Angeles, CA. This is where they raised their children and became a family. The Disneys lived here from 1932 until 1950

un sacco di pulci molto sexy

Quando Waller-Bridge si gira di novanta gradi e ci fissa in camera con la sua intelligente e impietosa sincerità con se stessa, ci convoca alla complicità, ci porta per mano dentro i suoi casini, e ci illumina sulla più ovvia delle verità: tutti cerchiamo amore, tutti speriamo che un amore duri, tutti piangiamo se un amore finisce per cause non dipendenti dalla nostra volontà e dal nostro attaccamento. 

https://www.doppiozero.com/materiali/fleabag-un-sacco-di-pulci-agli-emmy-awards

Una cioccolata per Mariella

Sembra una impresa improba, ma non c’è altro modo che farli sentire uno a uno con te, il prof. Sono in una classe che non si sono scelti. Ci sono simpatie, antipatie, estraneità. Ci sono ragazzi e ragazze pieni di rabbia e frustrazione. O di tristezza. Qualcuno ha una voglia di imparare qualcosa di nuovo. E tutto fluttua sul filo di ondate emotive. Quello che puoi fare è fare in modo che il flusso non ti ignori. Portare le 20 correnti verso di te, evitando che diventino un’ondata frontale.
Quando ognuno di loro comincia a sentirsi ascoltato individualmente da te, comincia la relazione educativa. Che la ragazza sia la prima della classe, o il ragazzo abbia il certificato dalla ASL con disturbi dell’apprendimento e del comportamento, se non impari presto il suo nome proprio, se non capisci presto perché ognuno di loro si comporta in quel modo, ci saranno soltanto minacce e sordità.

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Cate Blanchett musa d’arte

Tre elementi (paesaggio imponente; bellezza del volto e maestria interpretativa di Blanchett – il film che più torna in mente è Carol di Todd Haynes -; testo retorico dei manifesti contestualizzato in modalità alienata) fanno di Manifesto un film d’arte concettuale visuale e teatrale di bellezza unica, come le creazioni video pseudoimmobili di Bill Viola.

http://www.doppiozero.com/materiali/manifesto-di-unattrice

Kate Tempest è una MC, una Mistress of Ceremony: il rap con i DJ ha aggiunto ai dozens di strada dei quartieri afroamericani di New York alla fine dei Settanta i primi scratch da vinile; i dozens erano battaglie di insulti tra gang in rime, erano cioè poesia di strada cui dopo si è aggiunta la musica come frammento ritmico, e non come melodia. Sul palco ricorda a memoria, senza sbagliare una parola, o perdere mai le svolte struggenti del suo lamento o furiose della sua invettiva, le centocinquanta pagine del suo poema. La accompagnano alcuni strumentisti, che al suo scritto (che possiamo leggere tradotto davvero bene da Riccardo Duranti per e/o) e alla sua passione aggiungono un doppio ai silenzi.

Kate racconta sette insonni nella stessa notte di Londra; «It’s four eighteen» sono le 4:18 di lui e lei strafatti di menfetamina o distrutti da un turno di notte, etilisti in vicoli sordidi e fighetti e fighette della City con i loro weekend e i loro mutui. Tutti sono disperatamente soli, ma sono «the people. The life. | Their faces are bright in your body. | You’re feeling. | You want to be close to them. | Closer»: Kate comincia così verso il pubblico nelle sue potenti e stupende performance; è veramente maestra di cerimonie, è sacerdotessa druidica, invasata dai suoi dei, sudata, con i boccoli biondi che mulinano sulle guance infuocate; vuole che noi ci avviciniamo a tal punto alla sua rappresentazione che sentiremo nel nostro corpo la luce di quei volti. Poi, capiremo, siamo noi quella gente.

http://www.doppiozero.com/materiali/linsostenibile-leggerezza-dei-poeti-pop

sono inginocchiato proprio
davanti al foglio bianco
e provo dolore giù
alla base della schiena
e alle articolazioni in generale
ed effettivamente così è giusto
perché quello che di più religioso
(sacro, meglio)
io so fare è: S C R I V E R E
e non è giusto
che la beatitudine
(che non è che una grande bellitudine)
non rechi come etica espiazione
del dolore che mi faccia in qualche modo
santo

scrivo perché è quasi l’ultimo dell’anno
e voglio compilare un testamento:
nel cervelletto – come una cometa
che ha orbita profonda intorno ad una stella –
questa mattina passa veloce
sì, dentro il lobo occipitale
un wooom costante, velocissimo
all’istante che sfiora vicinissimo
il mio succo vitale
per poi sparire – svelto come fata dispettosa –
nel remoto

e se morissi con dolcissima
opzione di una arteria che si squarcia
silenziosamente
inavvertitamente
e allaga del mio sangue vecchio e caldo
tutto quanto
non voglio che chi m’ama
non abbia queste penultime parole:
«lascio tutti i miei organi
ormai logorati dal lavoro svolto
a chi ne possa fare un uso coraggioso
per vivere con più impeto di me
l’occasione bella di nascere in un mondo;
il resto inceneritelo nel vento
possibilmente – se vi aggrada –
dentro un vento di tiepida montagna
che abbia una sua costanza eterna
una sua imponenza esterna
un suo messaggio solenne e permanente…

per il resto, dai, i miei figli
certamente mi perdoneranno
per essermene andato con così poco disturbo
lo so che mi vorranno bene
quando mi penseranno qualche volta:
per parte mia – miei karmici gioielli –
io farò in modo che gli atomi
che vi hanno seminato
non vi rechino disturbo alcuno nel futuro:
so che della vostra vita voi farete
un gran bell’uso
attraverserete le gore del confuso
non farete male al prossimo snervante
e che ben di più di me
vi spingerete nel più godibile distante

tu, invece, credo, per un po’ triste sarai
pensando qualche volta che forse
se ti fossi data un po’ di scossa
avresti qui con me fatto più cose
di assoluta quieta amorevole significanza:
dormire accanto a me
svegliarmi delicatamente dall’orrore
che nel sonno mi fa urlare certe ore
mangiare cibi con garbo cucinati
parlando interessati di infinite cose
guardare un film tranquilli
sottotitolato da sporadici commenti

sarai incerta se venire al funerale
in forma credo laica o riformata
(fate voi)
e forse verrai dopo
non sapendo bene dove
a lanciarmi un fiore rosso
lagrimando sotto la veletta nera
che tu indosserai perché ricorderai
quanto mi piacessi travestita
da signora chic & osée

qui volevo che sapessi
che non importa
che non potrò aver risentimenti
perché sarò tornato
alla tavola degli elementi
e potrai:
o respirarmi
o masticarmi
o bermi
senza che io ne abbia sentimento

scusami se stanotte ho fatto un sogno
abbastanza articolato
che non ho avuto tempo
di destrutturare nel suo significato:
ero a capo del servizio
(maître di casa)
di una crew di cameriere concitate
e dovevo stare dietro
a una riunione di lavoro
di musicologi un po’ isterici e un po’ stronzi
che selezionavano dei saggi
sul mio adorato Philip Glass
(c’era anche lui, mi pare)
ed io volevo che tutto andasse bene

poi eravamo nel lounge dell’NH Tech
(che, dai, concederai
come location
della mia ultima notte)
ed io – mentre partivano –
ero folle di eccitazione
per una saggista bruna di capelli
sui quaranta, con il musetto bambolino
ma insieme malizioso e porcellino
che trovavo imprevedibile
perché si era tolta le scarpe
e stava con le gambe e i piedi nudi
accovacciata su un divano
e io trovavo irresistibili:
1. la pelle bianca bianca
2. le dita dritte e lunghe lunghe
e sì – è successo:
alla fine la baciavo sulle labbra

non ritengo si tratti
di un tradimento irrimediabile
perdonami, cara
ma tu eri a letto con il tuo consorte
e come ti perdono giorno dopo giorno
perdonami tu, orsù, per una notte

ecco
ho fatto quello
che volevo fare
ho detto (scritto)
quello che volevo dire (epigrafato come scritto)
e tutti vi saluto
e abbraccio un po’ spiaciuto
di non avere visto altri meravigliosi
geniali coinvolgenti emozionanti
frutti del nostro umanissimo intelletto
LOVE U ALL
dimenticatemi con garbo…

vivete la bellezza di ogni istante!
amatevi ogni ora
(sin da ora)

© Daniele Martino 2017 – proprietà letteraria riservata