epicedio

piangevi sui tuoi semi di peperoncino
ti chiedevi della vita dal tuo balconcino
mentre nella pandemia un’altra te moriva
la bambina che era stata troppo a lungo viva

*

troppo cortisolo
niente ossitocina
come sono solo
per colpa della Cina

*

turgida rosa
che non sei una cosa
viva resiliente rossa
più di quanto io non possa

*

Il est au cœur d’une calamité que l’on s’endurci à la vérité, autrement dit au silence
ALBERT CAMUS, La peste

ammutolito
mi occuperò
solo
della mia dignità
della mia decenza

come Arnaut Daniel che ossequia la sua Dama

mi hai detto «come aiutarmi? scrivi!»
e scrivo io per te che chiusa nel castello
dei tuoi figli e dei tuoi due mariti
soccombi in casa per difenderti dal virus

la pandemia mi ha tolto l’illusione
che tu potessi un giorno essere mia
ed io sto qui strafatto di calma e non far nulla
tutto desertissimo con tutti i soli
abbracciando un solo amore in ologramma
con tutto il tempo per contemplare il dramma

così ti faccio un cantico e ti dico:
beato l’uomo che ti dorme accanto
e mescola i suoi fluidi ai tuoi dentro un contagio
beati i figli che sbaciucchiano la madre
beato chi ti può sfinire con i suoi bisogni
stancare sfaldare di ogni forza
beato chi ti ama e chi tu ami
beato me che ora sorrido a tutto quello

la Disparizione della Donna

il silenzio che circonda
noi che siamo soli
la domenica è più incommensurabile
dilaga oltre quartiere oltre città
arriva in verticale dentro ai sogni della notte
dove prendo in braccio e siedo sopra il tavolo
il bambino con lo zigomo scurito per il colpo
e lo abbraccio a lungo singhiozzando
che alla fine è lui che mi consola
mentre lo provavo a consolare

abbiamo preso il colpo siamo gonfi
secchi
dopo settimane in cui
abbiamo fatto i duri lui giocando
ed io riconvertendo in rabbia l’abbandono

la canzone che il cantante canta
racconta del suo girovagare senza meta
sbattendo dentro i posti di un amore
finito per disparizione della donna:
la sento e la risento fino a che
in questa bella privacy dei single tutti Me
senza figli mogli padri amanti intorno
posso singhiozzare in santa pace
ammetto che spaccato è il carapace

e quando smetto tutto
lo sento molto bene il fiume
sotto
l’unico rumore
respiro
socchiudo gli occhi asciutti
mi do tempo
molle
umido
pulito

© Daniele Martino 2020 | proprietà letteraria riservata

«strappa da te la vanità»

Quello che veramente ami non ti verrà strappato
quello che veramente ami è la tua eredità.
Il mondo a chi appartiene? A me, a loro o a nessuno?
Prima venne l’invisibile, quindi il palpabile elisio
sebbene forse nelle dimore d’inferno.
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
la formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità
non fu l’uomo che creò il coraggio
o l’ordine, o la grazia
strappa da te la vanità – ti dico, strappala
cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo
nel raggiungere l’invenzione o nella vera abilità dell’artefice.
Strappa da te la verità, Paquin, strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza
dòminati e gli altri ti sopporteranno.
Strappa da te la vanità
sei un cane bastonato sotto la grandine
un’ortica rigonfia in uno spasimo di sole
metà nero metà bianco né distingui un’ala da una coda
strappa da te la vanità.
Come sono meschini i tuoi rancori nutriti di falsità
strappa da te la vanità
avido di distruggere avaro di carità
strappa da te la vanità – ti dico, strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità
avere con discrezione bussato
perché un Blunt aprisse
aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un occhio bello antico la fiamma inviolata
questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

Ezra Pound, Canti pisani LXXXI

traduzione mia

https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2018/12/Pasolini-ed-Ezra-Pound-un-incontro-di-poesia-e-di-amicizia-f1a51298-ef2f-4a75-b249-805559b37059.html?fbclid=IwAR1xctUnvlh54RVoJw4X8PFBOGbhe20zOWfvUZJOQ2UtqV16Co8jmmyRjM0

l’inventario

la fine dell’amore che non hai voluto
sta tutta in un sacchetto chic che ti preparo:
cose che ti consegno con la tenerezza
che avevo quando le hai portate
con il tuo lunatico via-vai di “odi et amo”

ogni volta che mi lasci t’inventi che non t’amo
ed ogni volta che io lascio che mi lasci
preparo l’inventario che ti riporti via
ticchettando per le scale con non-plus-ultra sdegno

questa volta è sempre forse l’ultimo
bagaglio che ti restituisco
mentre ti sfratti dalla nostra casa a tempo:
            morbida vestaglia mini e blu
            shampoo al cardamomo e alla calendula
            crema liftante e beauty con i trucchi
            infradito blu con i lustrini
            ombrellino rosso da borsetta
            canottiera crema mutandine e calze nere
            autoreggenti bianche
(quella volta che per finta abbiamo fatto nozze)

i libri miei son tutti a casa tua:
e quello è quello che ti lascio io
scorrendo come il fiume in piena: gonfio, iroso

© Daniele Martino 2019 | proprietà letteraria riservata