ma le donne preferiscono starsene da sole

Ma in realtà da 3.000 anni, da quando abbiamo le prime tracce di letteratura, musica, teatro, a parlare sono sempre stati solo gli uomini. Soltanto dall’Ottocento e dal Novecento piano piano le donne hanno cominciato a rivendicare il loro diritto ad essere non soltanto mogli, madri e domestiche. Oggi in Europa e America sono finalmente tante le donne pittrici, musiciste, drammaturghe, scrittrici, poetesse, fotografe. Le donne lavorano, sono sempre più in-dipendenti economicamente dalla famiglia e dal matrimonio e abbiamo finalmente anche una visione del mondo al femminile. Nella musica pop europea e americana ci sono davvero moltissime cantautrici (autrici della musica e della poesia per musica che cantano). E in Italia? In Italia abbiamo la legge sul divorzio e sull’aborto soltanto dagli anni Settanta, siamo indietro. Abbiamo avuto grandi cantanti ma le cantautrici sono aumentate solo negli ultimi tempi.

Quindi, cosa ne pensano loro dell’amore? L’amore che è stato cantato, scritto, recitato per tremila anni dai maschi? Quello che più sorprende è che le donne sanno fare a meno, dell’amore! Sanno stare da sole. Sanno stare in piedi senza un uomo a fianco. Sono stanche di millenni di servitù e paiono godersi giustamente una nuova era, dove a farsi strada nella vita e nel mondo non sono più solo i maschi.

se chanto, que chante

Se chanto, que chante
chanto pas per ieu
chanto per ma mia
qu’es al luènh de ieu
Davanti alla mia finestra
c’è un usignuolo
tutta la notte canta,
canta la sua canzoneSe canta, che canti
non canta per me
canta per la mia amica
che è lontana da meQuelle montagne
che tanto alte sono
mi impediscono di vedere
dove sono i miei amori

Alte, ben son alte,
ma si abbasseranno
e i miei amori
verso me torneranno

Abbassatevi montagne,
alzatevi pianure
affinché io possa vedere
dove sono i miei amori

Sergio Berardo e i Lou Dalfin al 18° concerto di Ferragosto al Santuario di San Magno, Occitania

se chanto

de vant de ma fenestro ia un auzeloun
touto la nuech chanto, chanto sa chansoun
se chanto que chante, chanto pa per iou
chanto per ma mio, qu’es luenh de iou
quelos mountanhos que tan aoutos soun
m’empachoun de veire mes amour ount soun
baisa’- vous mountanhos, planos levà-vous
perquè posquè veire mes amour ount soun

davanti alla mia finestra c’è un uccellino
tutta la notte canta , canta la sua canzone
se canta, che canti , non canta per me
canta per la mia amica  che è lontana da me
quelle montagne che son tanto alte
m’impediscono di vedere dove sono i miei amori
abbassatevi montagne, alzatevi pianure
perché io possa vedere dove sono i miei amori

Sergio Berardo e i Lou Dalfin al 18° concerto di Ferragosto al Santuario di San Magno (15 agosto 2018)

«non me ne importa niente»

Nel parlar
si dovrebbe ognor pensar
per lo meno sette volte per non sbagliar.
Pur lo so
quanta gente ancor però
dice tante e tante cose senza pensar.

Ma di quello che si dice,
che sussurrano gli amici
e che mormora la gente
Non me ne importa niente,
non me ne importa niente!

Non me ne importa niente (1938): Trio Lescano con Orchestra Cetra diretta da Pippo Barzizza. Musica di Alberto Lao Schor parole di Mario Bonavita in arte Marf

 

 

Cate Blanchett musa d’arte

Tre elementi (paesaggio imponente; bellezza del volto e maestria interpretativa di Blanchett – il film che più torna in mente è Carol di Todd Haynes -; testo retorico dei manifesti contestualizzato in modalità alienata) fanno di Manifesto un film d’arte concettuale visuale e teatrale di bellezza unica, come le creazioni video pseudoimmobili di Bill Viola.

http://www.doppiozero.com/materiali/manifesto-di-unattrice

Kate Tempest è una MC, una Mistress of Ceremony: il rap con i DJ ha aggiunto ai dozens di strada dei quartieri afroamericani di New York alla fine dei Settanta i primi scratch da vinile; i dozens erano battaglie di insulti tra gang in rime, erano cioè poesia di strada cui dopo si è aggiunta la musica come frammento ritmico, e non come melodia. Sul palco ricorda a memoria, senza sbagliare una parola, o perdere mai le svolte struggenti del suo lamento o furiose della sua invettiva, le centocinquanta pagine del suo poema. La accompagnano alcuni strumentisti, che al suo scritto (che possiamo leggere tradotto davvero bene da Riccardo Duranti per e/o) e alla sua passione aggiungono un doppio ai silenzi.

Kate racconta sette insonni nella stessa notte di Londra; «It’s four eighteen» sono le 4:18 di lui e lei strafatti di menfetamina o distrutti da un turno di notte, etilisti in vicoli sordidi e fighetti e fighette della City con i loro weekend e i loro mutui. Tutti sono disperatamente soli, ma sono «the people. The life. | Their faces are bright in your body. | You’re feeling. | You want to be close to them. | Closer»: Kate comincia così verso il pubblico nelle sue potenti e stupende performance; è veramente maestra di cerimonie, è sacerdotessa druidica, invasata dai suoi dei, sudata, con i boccoli biondi che mulinano sulle guance infuocate; vuole che noi ci avviciniamo a tal punto alla sua rappresentazione che sentiremo nel nostro corpo la luce di quei volti. Poi, capiremo, siamo noi quella gente.

http://www.doppiozero.com/materiali/linsostenibile-leggerezza-dei-poeti-pop